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Epic Fail!! Scie Chimiche e Marcianò al “La Zanzara” – Radio 24

Spassosissimo intervento di Rosario Marcianò del Comitato Tanker Enemy a “La Zanzara” su Radio 24.

Ecco cosa accade quando certe stupidaggini passano in trasmissioni goliardiche. Buon divertimento tramite l’ascolto di questa ennesima “Epic Fail” di R. Marcianò.

 

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L’Ufologia Italiana Ringrazia – By Italian Research

 

Fonti: Italian Research

Fotni: Ufologando

 

Questa storia ruota intorno ai seguenti attori:

° Alfredo Benni, Consigliere Coordinatore Regione Lombardia CUN (Centro Ufologico Nazionale).

° Antonio Urzi, avvistatore seriale di astronavi extraterrestri, riconducibili (con le opportune verifiche) a bottoni, buste di plastica, batterie, oggetti gonfiabili vari (palloncini, bambole rappresentanti Madonne e cavalli) etc.

° Piergiorgio Caria, forte sostenitore di Giorgio Bongiovanni (in contatto, a suo dire, con la “Madonna di Fatima” da cui avrebbe ricevuto le stigmati e con “esseri extraterrestri” a capo di “eserciti intergalattici” che nottetempo gli comunicano deliranti messaggi all’umanità).
Il Caria è ben noto come creatore di discutibili documentari sugli UFO e sostenitore di bizzarre tesi attribuenti al pianeta Marte lussureggiante vegetazione ed altre farneticanti teorie, ed ai Cerchi nel grano il rango di “messaggi divini” di manifattura extraterrestre.
Partecipa regolarmente a conferenze affiancando esponenti del CUN, in quel del “Simposio di San Marino” e non solo, con le sue discutibili “opere ed opinioni”.

Gli attori sopracitati “recitano” nel seguente contesto:

Il CUN
(Centro Ufologico Nazionale):
è stata la prima associazione italiana nata al fine di studiare e analizzare il fenomeno dell’avvistamento degli UFO (Oggetti Volanti non Identificati), ma nel corso degli ultimi anni è stata anche la prima Associazione “Istituzionale” italiana a scegliere di degenerare dallo studio di fenomeni apparentemente inspiegabili al considerare degne di studio realtà che nulla hanno a che vedere con l’Ufologia (Contattismo, falsi avvistamenti conclamati sia storici che contemporanei), le stesse degenerazioni in opposizioni alle quali sembrerebbe essere nato nel lontano 1965/66. (Capitolo “Congiura del silenzio e contattismo nel “Grande Gioco” – tratto da “UFO, contatto cosmico: messaggeri e messaggi dal cosmo” di Roberto Pinotti (Ed. Mediterranee 1991).
L’associazione è da anni capitanata da Roberto Pinotti (Sociologo, consulente NASA, SETI, ANAS) che da anni scrive libri a tema ufologico e compare sugli schermi televisivi in rappresentanza, non solo del CUN, ma anche dell’Ufologia, operazione che ha funzionato soprattutto tra i non addetti ai lavori come, ad esempio, un generalizzato pubblico televisivo.
Dunque, tale deriva antiscientifica assunta negli anni risulta, non solo dannosa ai fini della credibilità del CUN, ma soprattutto (e per noi ben più importante) della materia stessa.

I Contattisti:
“I soggetti che si dicono in contatto continuato con presunte creature extraterrestri, direttamente o a mezzo di percezione extra-sensoriale. Essi manifestano atteggiamenti di vero e proprio «cultismo» dalle tinte millenaristico-apocalittiche, senza produrre quasi mai prove concrete delle loro affermazioni” (condividiamo tutto tranne il “quasi mai” che sembrerebbe lasciare una porta aperta a sviluppi recentemente avveratisi).
Il citato Cultismo, definito come: “Atteggiamento che trasforma l’interesse per il problema in vera e propria «ufolatria»: gli UFO e i loro presunti occupanti ridotti a una sorta di «culto» irrazionale e millenaristico di salvezza «dall’alto» imperniato sulla figura carismatica del «contattista» di turno. In esso gli «occupanti» sono visti come una sorta di «deus ex machina»”. (citazioni libro Pinotti: UFO Top Secret – Tutta la verità sugli extraterrestri – Ed. Bompiani 1995, pag. 271)
Antonio Urzi
, incarna quella deriva ufologica del contattismo (appena definita), avallato da falsi avvistamenti, che sin dagli albori degli studi ufologici ha inquinato la ricerca (George Adamski, Billy Meier, Eugenio Siragusa, Antonio De Rosa etc.) tentando di replicare pari fortune.

I Compagni di merende/Compari:
Servono sostanzialmente a fornire “credibilità” ai Contattisti, personaggi di rilevanza anche internazionale come Jamie Maussan e Jim Dilettoso, oltre ad altri soggetti nostrani, quali Beppe (al secolo Giuseppe) Garofalo, che si autodefinisce “analista fotografico” ed “esperto informatico”, nonchè “avvistatore” e “contattista” (dunque in conflitto di interessi), individuo che non perde occasione di fornire unicamente analisi: tecnicamente errate, formulate in un linguaggio evidentemente plagiato da Nino Frassica e Checco Zalone ed in cui, la sola “prova” evidente risulta essere la dote “seduttiva” (min. 1:36).

Appare imbarazzante, viste le premesse, doversi occupare di tali tematiche, ma lo riteniamo opportuno al fine della “dignità” della materia.
Questa sostanziale patina di muffa, coprente la pietanza ormai marcia, sembra essere stata smossa da recenti “rivelazioni”… il CUN, nella persona di Alfredo Benni, sembrerebbe prendere le distanze dal “Caso Urzi” lasciando intravedere, si augura e si auspica, un substrato ancora commestibile/riciclabile?
Ma torniamo ai nostri “attori” ed ai fatti.

Recentemente è stato pubblicizzato un video del 6 giugno 2009 di Antonio Urzi intento ad avvistare, come di consueto, oggetti volanti identificati o identificabili, comunque spacciati come non identificati (fratelli di luce, navi, navicelle e caracche, rigorosamente aliene) in compagnia di un ospite illustre, tale Alfredo Benni.
Al minuto 2:36, il Benni, evidentemente sollecitato da Urzi a confermare il presunto avvistamento alieno (in realtà, probabilmente, un semplice pallone ovale) afferma con tenera sincerità: “Non sto vedendo nulla”.
Il video, pur essendo datato 2009, è stato pubblicizzato soltanto ora col chiaro intento di infangare l’immagine di Alfredo Benni, mostrando una “vecchia” complicità oggi rinnegata.
Una certa connivenza a nostro avviso c’è stata, poiché quando giunse alla ribalta “il caso Urzi” effettivamente Benni (presentato da “Striscia la notizia” in un servizio sulle “frottole ufologiche” come “analista informatico”) avallò la genuinità dei video con l’ingannevole formula “non ho riscontrato segni di manipolazione, né come manipolazione digitale quindi CGI, né come manipolazione modellistica”.
L’esclusione di un CGI è il classico espediente con cui si tende a sostenere l’autenticità di un avvistamento (riprendere un lampadario ad esempio, escluderebbe una manipolazione in CGI e ciò non implicherebbe che il lampadario sia un’astronave aliena). Tuttavia, Benni va oltre escludendo, senza alcun motivo dichiarato, anche l’ipotesi ‘modellino’ sdoganando senza obiezioni “Il caso Urzi”.

Con la divulgazione di questo video:
a) E’ evidente l’inconsistenza dell’avvistamento ed il tentativo, da parte di Urzi (per mano di acritici seguaci, a volte foruncolosi e quindi facilmente manipolabili) di ricercare una certificazione “istituzionale” per mezzo di Benni, quindi, del CUN.
b) E’ chiara (in questo caso) la presa di distanze del Benni rispetto al ridicolo avvistamento.
c) Dalla polemica scaturita online (sui vari Forum e pagine Facebook) trapela la presa di posizione di Benni rispetto al “Caso Urzi” ed al Contattismo in generale.

L’atteggiamento di Benni ricalca probabilmente una sorta di “ordine di scuderia” utile a salvare la faccia mantenendo (in qualche modo) ancora aperta la questione “Contattismo”, ritenendo genuina la prima fase ed i primi avvistamenti del contattista di turno, fasulla la fase successiva, in modo tale da non attribuire ai numerosi falsi propinati da tutti i contattisti (nessuno escluso) le giuste conseguenze: Damnatio memoriae nei confronti degli autori.

Utile ribadire che i vari filmati dei presunti avvistamenti urziani (o urzioti?), in sede di analisi eseguite da parte di professionisti non conniventi, hanno prodotto risultati chiari ed inequivocabili.

La pubblicazione del video in cui abbiamo avuto modo di apprezzare i dubbi di Benni rispetto alla qualità dell’avvistamento di Urzi, ha provocato nel web (Facebook e Forum vari) una diatrìba tra il Consigliere del CUN e la frangia Urziana, che potremmo intitolare ‘il bue che dice cornuto all’asino’ e che potete e DOVETE apprezzare al seguente LINK (grazie a ‘Biancofive/Ufologando’ che ha tempestivamente immortalato lo sceenshot, prima della sua riprovevole rimozione).

Ma, nella ridicola pantomima scaturita fra le due ‘faccie della stessa medaglia’ (la pseudo-ufologia) ecco venire a galla il colpo di scena che rende il film (finora scadente) candidato all’Oscar(e?).
Dai polpastrelli di Benni sgorga un’agghiacciante verità… QUESTA
Ebbene SI. Mentre giovani, appassionati e sognanti, osservano video su youtube alla ricerca di realtà diverse da quella terrestre… mentre giovani inseguono da anni realtà alternative alla Scienza ufficiale… alle loro spalle si consumano ignobili retroscena, tra i quali questo PATTO SCELLERATO, che dimostra la facilità con cui codesti personaggi tentano di ingannare i loro seguaci ed il pubblico in generale con un unico obiettivo:
PORTARE AVANTI LA LORO CAUSA INDIPENDENTEMENTE DALLA VERITA’, verità della quale solitamente si ritengono PORTATORI ASSOLUTI, MILLANTANDO INVESTITURE DI NATURA ‘DIVINA/EXTRATERRESTRE’.
Potremmo ringraziare, per non aver firmato l’accordo, sia Benni che gli altri esponenti del direttivo del CUN presenti in loco al momento della proposta avanzata da Caria probabilmente per conto di Urzi, ma ci risulta difficile se non impossibile farlo per un motivo ben preciso… IL ‘CASO URZI’ ERA CHIUSO DA MOLTI ANNI, ANTONIO URZI E’ NOTO A LIVELLO MONDIALE PER I SUOI RIDICOLI AVVISTAMENTI.
Com’è stato possibile, per Benni&Company, frequentare per anni Urzi e la sua cricca (perfino ai giardini pubblici), fornendo nuova linfa con le sue ‘considerazioni tecniche’ e con la sua creduloneria?
La parziale presa di distanze di Benni (dal pacchetto Urzi) è avvenuta poichè costretto dal tentativo di discredito mosso dai ‘Fratelli di luce’ (così si definiscono) a suo carico!
Tuttavia abbiamo una sensazione:
Quanti ‘PATTI SCELLERATI’ potrebbero essere stati firmati SENZA CAUSARE RUMORE?

Chi è Peter Higgs, il vincitore del Nobel per la Fisica 2013

Un ritratto del fisico britannico “padre” dell’omonimo bosone, le cui intuizioni e teorie hanno rivoluzionato la moderna fisica delle particelle e gli sono valse il Nobel per la Fisica 2013.

Il volto di un uomo che conosciamo molto bene per  cognome: Peter Higgs. Photo: REUTERS/David Moir<br> <a href="http://www.focus.it/scienza/nobel-2013.aspx" target="_blank">Vai allo speciale Nobel 2103</a>

Il volto di un uomo che conosciamo molto bene per cognome: Peter Higgs. Photo: REUTERS/David Moir
Vai allo speciale Nobel 2103

Peter Higgs che insieme François Englert ha vinto il premio Nobel per la Fisica 2013 è oggi un pacato signore di 84 anni, docente emerito all’Università di Edimburgo (sua madre era scozzese), da cui è andato in pensione nel 1996. Anche chi non ne conosce il volto, ma mastica un pochino di fisica, non può però ignorarne il nome, associato al fantomaticobosone di Higgs, una delle particelle fondamentali più a lungo cercate dalla fisica moderna.

Le basi teoriche
Higgs suggerì l’esistenza della particella in questione all’inizio degli anni ’60. Per la verità, e lo stesso Higgs non lo ha mai nascosto, alla sua stessa conclusione stavano sopraggiungendo contemporaneamente anche altri due gruppi di ricerca: quello formato da Robert Brout (oggi scomparso) e François Englertdell’Università di Bruxelles (che oggi divide con Higgs il Nobel) e il terzetto Gerald Guralnik, Carl Richard Hagen e Tom Kibble dell’Imperial College di Londra. Inoltre, Higgs aveva in mente il lavoro di un altro fisico, l’americano Philip Warren Anderson (che ha vinto il Nobel nel 1977).

Era stato quest’ultimo a tentare di individuare un complicato fenomeno fisico, proprio della meccanica quantistica, chiamato “rottura spontanea di simmetria” che fa apparire quasi magicamente alcune particelle elementari. E Higgs si è poi accorto che, in opportune condizioni, questo fenomeno generava la massa di tali particelle. Prendendo al cosa da un altro punto di vista, forse più comprensibile, Higgs ha ipotizzato l’esistenza di un campo fisico che permea tutto lo spazio, il campo di Higgs, attraverso l’interazione con il quale le particelle acquisiscono massa. In altre parole, Higgs ha affrontato brillantemente la questione di cosa sia la massa, al di là della definizione banale che si trova nei dizionari, e cioè la quantità di materia che compone un corpo.

Il tassello mancante

Sembra complicato, è in effetti lo è. Non a caso, per dimostrare le ipotesi di Higgs e colleghi, è stata messa in piedi la macchina più complessa mai concepita dall’uomo: l’LHC, il Large Hadron Collider, il mastodontico acceleratore di particelle inaugurato nel 2008 al Cern di Ginevra.

Quattro anni di collisioni tra protoni (guarda come funzionano) hanno evidenziato la “pistola fumante” che mancava per confermare la teoria, cioè il bosone di Higgs, la particella associata all’omonimo campo, il quale di per sé non è rilevabile. O meglio, nel luglio del 2012 è stata annunciata la scoperta di una particella con caratteristiche che si adattano perfettamente a quelle che il bosone di Higgs si è ipotizzato che abbia.

È stata proprio questa incertezza residua, tipica degli esperimenti di fisica delle particelle (ma in generale di tutti gli esperimenti), che probabilmente ha fatto sì che il Nobel per la fisica non finisse già l’anno scorso nelle mani di Higgs e dei suoi colleghi. Ma quest’anno è stato quello buono.

Credits:  Focus.it

Scienza web, c’è una fabbrica delle “bufale” a pagamento (credits: repubblica.it)

Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico di SIMONE COSIMI

Scienza web, c'è una fabbrica delle "bufale" a pagamento

UN autentico Far West fra le riviste accademico-scientifiche online cosiddette open access. I cui contenuti sono cioè disponibili più o meno gratuitamente al pubblico, specializzato o meno. Una situazione in mano al lucro, fatta di tante ombre e pochissime sicurezze, portata alla luce da un’inchiesta basata su uno studio scientifico del tutto privo di fondamento. A firmare sia l’inchiesta che l’operazione sotto copertura, il collaboratore di Science e biologo molecolare John Bohannon. La finta ricerca, dedicata al presunto effetto di alcune molecole estratte dai licheni sulle cellule tumorali, è stata volontariamente costellata di errori elementari. Tanto che qualsiasi recensore “con non più di una conoscenza in chimica da scuola superiore e l’abilità di capire lo sviluppo dei dati” avrebbe dovuto cestinarla in un batter d’occhio. Peccato non sia andata così: negli ultimi otto mesi, fra gennaio e agosto, ben 157 riviste online su 304 hanno accettato di pubblicare la clamorosa bufala scientifica. Spesso senza richiedere alcuna modifica al misterioso autore. La ricerca fittizia architettata dal cronista del magazine è stata infatti respinta da soli 98 comitati scientifici mentre devono ancora rispondere all’appello 49 testate. Di queste, 29 sembrano abbandonate a sé stesse e la restante ventina ha fatto sapere al giornalista di essere ancora in fase di valutazione.

L’inchiesta, pubblicata su Science, non ha lasciato nulla al caso. Bohannon ha realizzato versioni superficialmente diverse dello stesso paper  –  così si chiamano i documenti scientifici che vengono sottoposti all’approvazione delle riviste specializzate  –  pur tenendo fermi i contenuti, le conclusioni e i dati. “Il paper  –  spiega nel suo lungo servizio  –  ha preso questa struttura: la molecola X estratta dalle specie Y di licheni inibisce la crescita delle cellule tumorali Z. Per sostituire queste variabili ho creato un database di molecole, licheni e cellule cancerogene e ho scritto un programma per computer al fine di generare documenti diversi fra loro. A parte queste differenze, il contenuto scientifico di ogni paper è identico”. Il documento contiene in particolare un paio di esperimenti segnati da stravaganti inesattezze: uno è pieno di errori, l’altro, in teoria dedicato ad approfondire come l’uso di quelle molecole renda più sensibili le cellule alla radioterapia, perfino privo di conclusioni. Fra l’altro, Bohannon ha curato nel dettaglio ogni aspetto dell’operazione, visto che ha inoltrato le centinaia di proposte di pubblicazione, al ritmo di una decina a settimana, sotto falsa identità. Ha ideato infatti un ricercatore africano di fantasia, battezzato  Ocorrafoo M. L. Cobange, in forze all’altrettanto fantomatico Wassee Institute of Medicine. Come se non bastasse ha curato anche l’aspetto linguistico, dando al documento  –  grazie a una serie di risciacqui su Google Translate  –  un tono grammaticalmente corretto ma che desse l’idea di un autore non madrelingua inglese. Insomma: c’erano tutti i segnali per sbugiardarlo a una prima e perfino parziale lettura della sua proposta.

Quanto ai destinatari, sono finite nel mirino riviste formalmente dedicate alle scienze farmaceutiche o alla biologia, alla medicina generale e alla chimica. Nomi come European Journal of Chemistry o Journal of International Medical Research. Testate all’apparenza affidabili e spesso legate, a scorrere la catena di controllo, a titanici gruppi industriali come Elsevier,  il più grande editore mondiale in ambito medico, Sage o Wolters Kluwer. E invece spesso contraddistinte da board scientifici piuttosto oscuri, sedi misteriose e magari localizzate nei Paesi del Terzo mondo. Un terzo addirittura in India, che sembra il vero motore di questo genere di business della bufala, o almeno dell’imprecisione. Uffici e persone con cui è difficile entrare in contatto. Se non, questo il dato che accomuna il settore, nel caso del pagamento della tassa di pubblicazione. Quando una ricerca viene ritenuta affidabile e ne viene dunque deliberata la pubblicazione, il ricercatore è infatti tenuto a pagare un obolo che, nel caso di Bohannon, oscilla fra i 150 e i 3100 dollari. D’altronde è il modello finanziario sul quale si regge la Babele della scienza open access: “Dalle umili e idealistiche origini, circa un decennio fa, le riviste scientifiche open access si sono trasformate in un’industria globale, sorretta dalle tasse di pubblicazione richieste agli autori piuttosto che dai tradizionali abbonamenti  –  ha scritto Bohannon  –  molte di queste sono torbide. L’identità e la residenza dei direttori e dei revisori, così come i finanziamenti dei loro editori, sono spesso appositamente oscurati”. In sostanza, mentre le riviste scientifiche tradizionali si affidano a salati e spesso inaccessibili abbonamenti, quelle a libera consultazione vivono di questo scivoloso meccanismo. Che conduce a una facile equazione: più pubblicazioni uguale più guadagni.

“Se fossero finite nel mirino le classiche riviste in abbonamento  –  ha detto David Ross, biologo dell’università della Pennsylvania che più di un anno fa ha dato a Bohannon lo spunto per l’indagine  –  credo fortemente che si sarebbero ottenuti gli stessi risultati. Ma senz’altro l’open access ha moltiplicato questa sottoclasse di riviste e il numero delle ricerche che pubblicano. Tutti pensiamo che la consultazione libera sia un’ottima cosa, la questione è come arrivarci davvero”. Risultati sconfortanti, dunque, dal test: per il 60 per cento dei paper sottoposti al giudizio delle varie riviste non sembra esserci stata infatti alcuna revisione collettiva. In caso di rigetto la notizia può essere magari letta positivamente, ma nei tanti via libera collezionati

–  la regola, non l’eccezione  –  significa davvero che nessuno ha neanche letto lo sconclusionato documento. Anche quando qualche modifica è stata richiesta, ha raccontato il biologo, si è trattato spesso di spicciole questioni di formattazione, modifiche testuali, allungamento dell’abstract o di fornire qualche immagine in più. Appena 36 comitati hanno mosso obiezioni sulla sostanza scientifica della ricerca firmata dal professor Ocorrafoo Cobange.

 

fonte http://www.repubblica.it/scienze/2013/10/05/news/bufale_scienza_riviste-67891756/#gallery-slider=67906342

Le “scie chimiche” la leggenda di una bufala (Articolo de “La Stampa”)

Come una panzana inventata da due truffatori americani nel 1997, per colpa dell’irrazionalità e dell’antiscienza, è diventata per milioni di ignoranti un articolo di fede
silvia bencivelli

È una bufala volante, che percorre i nostri cieli da più di quindici anni. Una bufala minacciosa, che parla di sostanze chimiche rilasciate tra le nuvole da misteriosi aeroplani scuri, per avvelenare l’aria e provocare, addirittura, genocidi. Eppure è una bufala di cui sappiamo tutto, vita, morte e miracoli: da quando fu lanciata su internet da una maldestra banda del buco, a tutte le volte che è stata smentita al di là di ogni dubbio sensato. È la storia delle cosiddette scie chimiche, rilanciata su internet con la caparbia irragionevolezza dei complottisti e la complicità (ingenua?) dei politici di mezzo mondo. Oggi continua a spaventare, probabilmente ad arricchire qualcuno, e sicuramente a far sghignazzare molti altri. Ma, come tutte le bufale che si rispettino, ha una storia lunga e istruttiva.

 

Il padre delle scie chimiche si chiamava Richard Finke: non era uno scienziato, né un esperto di aeronautica, non aveva nessuna competenza in ambito di spionaggio. Però si mise in società con un certo Larry Wayne Harris che aveva aperto un’ambiziosa ditta di consulenza contro gli attacchi terroristici (la LWH Consulting). Era il 1997: i due, per farsi pubblicità, cominciarono a spammare email in cui annunciavano l’imminenza di un attacco. Ma le cose andarono male, il batterio della peste bubbonica non si fece vedere, e i due non si procurarono clienti. Fu così che Finke passò al contrattacco e scrisse a una mailing list sul bioterrorismo la seguente mail (questa è la versione riportata dal giornalista cacciabufale, o debunker, Jay Reynolds): “Il direttore di Aqua-tech Environmental… rivela oggi di aver trovato 1,2-dibromoetano (una sostanza molto tossica e cancerogena, ndr) in campioni di acqua… raccolti da contadini di Maryland e Pennsylvania. … La sostanza sembra essere mescolata al carburante degli aerei e dispersa costantemente nei nostri cieli. Le linee che riempiono i nostri cieli non sono scie di condensazione: vengono disperse e possono durare ore, rilasciando lentamente il flagello”. Il titolo, in perfetto stile complottardo, era scritto in maiuscolo, cominciava con Genocide on a wholesale (genocidio all’ingrosso) e conteneva la bellezza di cinque punti esclamativi su quindici parole.

 

La bufala cominciò così a volare. Finché nel 1999 non trovò una legittimazione mediatica in un programma radiofonico dedicato a complotti e ufologia, Coast to Coast AM di Art Bell, grazie a William Thomas, un giornalista americano che tuttora ha un sito internet sulle chemtrails (cioè le scie avvelenate) e tuttora scrive libri sul tema. La sua homepage lancia oggi skyder alert: il primo social network per appassionati di scie chimiche che può essere scaricato sugli smartphone e permette di inviare foto del cielo solcato da strisce bianche direttamente ai propri politici di riferimento.

 

Sì, perché le principali prove dell’esistenza del fenomeno sono, al momento, fotografie del cielo. Cieli azzurri o grigi, di campagna o di città, su cui si vedono coppie di strisce bianche che si allargano poi si dissolvono in fiocchi o in strie, che si intrecciano e si confondono fra loro. Solo con una rapida ricerca su internet se ne trovano a centinaia, forse migliaia, sono state scattate in tutto il mondo dai fautori della cospirazione aerea internazionale. Ci sono poi le fotografie dei velivoli che le rilascerebbero e, in Italia, dei cosiddetti elicotteri neri: secondo gli esperti di fotografia, sono solo foto controluce di normali elicotteri. Ma per i seguaci del complotto sarebbero strumenti del grande progetto di diffusione delle scie chimiche, che di volta in volta controllerebbero il territorio o disperderebbero le sostanze tossiche.

 

Del resto, si scopre che esisterebbero anche aerei bianchi, deputati a spruzzare sostanze tossiche ad alta quota. Per gli esperti di aeronautica, bella scoperta: quasi tutte le livree degli aerei sono bianche, soprattutto sulla pancia, e tutte, viste dal basso, soprattutto in condizioni di aria umida, ai nostri occhi appaiono più chiare di quanto non siano e perdono i dettagli. Infatti, guarda caso, aerei bianchi ed elicotteri neri non avrebbero finestrini. Volendo esagerare, tra le varianti più bizzarre della teoria si deve anche segnalare la presenza di aerei invisibili, dei quali ovviamente non esistono foto, e talvolta addirittura di scie chimiche invisibili.

 

Nella loro versione tradizionale, però, le scie chimiche vere e proprie sarebbero bianche e si riconoscerebbero dalle normali scie di condensazione degli aerei perché più spesse, più durature e genericamente insolite e sospette. Sarebbero anche recenti, cose degli ultimi vent’anni, a dispetto di documenti fotografici risalenti alla guerra civile spagnola e alla seconda guerra mondiale che mostrano il cielo striato dalle tracce dei bombardieri.

 

Oltre a Jay Reynolds, anche i debunker nostrani del Cicap, come Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia, si sono messi a dare spiegazioni. In sostanza la sintesi è questa: “l’atmosfera è un fluido non omogeneo, in continuo mescolamento, e le condizioni di temperatura, umidità e pressione variano anche nel giro di poche decine di metri, come variano i forti venti di quelle altitudini”. Per cui il gas di scarico degli aerei forma scie di condensazione che non hanno sempre lo stesso aspetto e la stessa durata. “In generale, perché si formino ci vogliono temperature basse, quindi l’aereo deve trovarsi ad alta quota”. Ma quanto alta? “Dipende”. E, comunque, è impossibile misurare l’altezza di un aereo a occhio, o con strumenti grossolani, qui da terra.

 

Poi c’è la questione del contenuto delle scie chimiche: di che cosa sarebbero fatte? Di un sacco di cose. “Dal bario ai virus, da nanoparticelle a strani vaccini, da pesticidi tossici a misteriosi protozoi, fino a Ogm alieni”, spiega Angioni. Alcuni siti portano a sostegno della teoria analisi chimiche condotte su campioni di terra, di acqua, di materiali biologici, raccolti sotto la scia, in verticale, come se le polveri cadessero per terra, da dieci chilometri di altezza, giù a piombo. Molte di queste analisi riferiscono di concentrazioni di elementi chimici come il silicio, il bario e l’alluminio in linea con la normale presenza di questi elementi nel suolo terrestre. Per qualcuno, di recente, c’è anche il sospetto di un complotto internazionale per indurre modifiche climatiche con microparticelle metalliche o cose simili, che nasce dalla confusione con esperimenti veri, e pubblici, di modifica di microcondizioni climatiche. Ma in sostanza, niente di dimostrato e niente, alla fine, di veramente spaventoso. Solo una bufala che vola.

 

Eppure, si contano innumerevoli interrogazioni parlamentari che l’hanno sollevata, anche in Italia (l’ultima nel dicembre 2012 e la penultima nel 2011, presentata dall’onorevole Domenico Scilipoti), e poi trasmissioni televisive come Voyager e radio generalmente dedicate ad altri tipi di temi che non la scienza, come Radio Deejay. “Non è un vero business – precisa Angioni – piuttosto serve ad avere l’attenzione dei media e del pubblico, fino alla prima serata in tv”.

 

Altrettanti sono stati i relativi chiarimenti emessi dagli organi tecnici e scientifici, nell’inane sforzo di far fuori la bufala. Ci si è messo anche il debunker Paolo Attivissimo, che sul suo sito pone un legittimo dubbio: chi sarebbe tanto fesso da distribuire agenti tossici in aria, attraverso scie bianche in campo azzurro (quando di notte le stesse sarebbero invisibili) pur sapendo che, oltre alle sue vittime, anche lui stesso li respirerebbe?

 

Nonostante tutto, la bufala delle scie chimiche continua a viaggiare indisturbata. Perché? Secondo Angioni, per una ragione molto umana: “la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”. Quello in cui le bufale volano, per esempio.

Credits & Copyright: http://www.lastampa.it/2013/09/16/scienza/ambiente/inchiesta/le-scie-chimiche-la-leggenda-di-una-bufala-gO2V1NvGC3pVLliU3b4NBM/pagina.html

 

Cos’è il Documento di Cooperazione Italia-USA su Scienza e Tecnologia dei Cambiamenti Climatici – Parte III: L’Introduzione del Documento

Parte I:  Prefazione

Parte II: La Confusione comincia dal titolo

Parte III

Parte III: L’Introduzione del Documento

Se volessimo addentrarci nella competenza specifica dei paesi che hanno accettato questo studio, si potrebbe stilare un piccolo indice sommario. Il clima fa parte dell’ecosistema in cui tutti noi viviamo, e nell’ecosistema va inserito anche il contesto economico. Per questo a livello personale ritengo che chi per primo riesce a intuire quali saranno i risvolti futuri, avrà in mano una carta economica di sicuro interesse da giocare per stabilire nuove relazioni commerciali. Immaginiamo di sapere per primi quali siano i rischi potenziali di un dato avvenimento, avremmo in mano una chiave per prevenirli una volta che avremo studiato la strategia per farlo. E da li avremmo in mano la carta della produzione di un dispositivo che utilizzato su larga scala potrebbe darci un vantaggio economico non indifferente. Questa è tecnica aziendale di primo livello, niente di che.

Prima di produrre però un sistema di prevenzione, bisogna capire e interpretare i dati. Chi fornisce i dati nella meteorologia? “Semplicemente” dati storici, modelli di calcolo e rappresentazioni informatiche simulative . Vi mettereste in affari non conoscendo come si muove il mercato? Non penso proprio..idem per questo concetto meteorologico: ci si può sforzare di produrre apparecchiature, senza sapere se i dati di riferimento e di partenza siano corretti? No. Ecco l’origine della cooperazione.

Infatti, nel caso del nostro documento, viene indicata questa linea guida: si ristabiliscono i modelli in maniera corretta,  si prendono i dati, li si verificano, si fa una stima dello scenario futuro, si valuta l’impatto economico, si cerca di valutare l’impatto sulle politiche mondiali dopodichè si cerca di produrre una tecnologia che limiti l’inquinamento come ad esempio nuove batterie per mobilità elettrica etc.etc.

Ovviamente per rispondere alla domanda “Cosa accadrebbe agli ecosistemi se vi fossero mutazioni climatiche?” ci sono piu vie. Una è quella fuffara e cioè: ci si sveglia una mattina, si guarda il cielo, ci si iscrive quindi su un forum fuffa e con dovizia di particolari si scrive tutta una serie di elucubrazioni senza senso o motivate dal sentore del giorno (ad esempio, oggi c’è il sole moriremo tutti, oggi piove moriremo tutti) ed è quella che piu si sposa con il redditizio sensazionalismo in cui l’”inconscio” utente avvalora questo documento di collaborazione sventolandolo come dimostrazione ineccepibile del trovarsi di fronte a qualcosa di inaudito e di grosso.

L’altra, fortunatamente piu seria, prevede lo studio dei modelli climatici. Il punto è che al momento della stipula dell’accordo, i modelli matematici di proiezione nel tempo erano incompleti e imprecisi. Quindi si rendeva necessario ricostruire una buona parte dei modelli climatici di relazione, portarli prima su larga scala, poi regionalizzarli. Questo andava fatto studiando tanti aspetti, dalla valutazione matematica, alla composizione dell’atmosfera, fino alla valutazione sul campo di sperimentazioni aprendo le strade a quella che viene scientificamente chiamata geoingegneria. Vedremo questo aspetto poi piu avanti, nell’analisi dei workpackage. Lasciamo i believers del grande complotto chimico in questo stato di angosciosa attesa…geoingegneria..che vorrà mai dire..LOL.

Leggendo l’introduzione, coglieremo l’occasione per prelevare alcuni estratti chiave.

Innanzitutto il documento nasce nel corso del Convegno bilaterale sulla ricerca congiunta sui cambiamenti climatici, tenutosi a Roma il 22-23 Gennaio 2002. Una delle frasi di interesse per il nostro lavoro di lettura del documento è la seguente, che trovate a pagina 3

“I due Paesi hanno identificato più di 20 progetti di ricerca nel campo dei cambiamenti climatici pronti ad un avvio a breve e medio termine nelle aree delle simulazioni globali e regionali.”

 

Aree delle simulazioni? Certo…il misunderstanding farebbe pensare a “aree PER oppure DESTINATE ALLE  simulazioni”. Ma non è di area geografica che si sta parlando, bensi aree di ricerca. Infatti si parla specificatamente di progetti di ricerca e di simulazioni.  Dove si trova l’evidenza? Nel proseguo del paragrafo:

 “I progetti di ricerca immediatamente pronti all’implementazione miglioreranno la nostra capacità di capire, sorvegliare e prevedere le variazioni climatiche e i loro impatti.”

Regalo una pizza a chi legge la parola “modificare”. Voi la trovate?

Vi ricordate la domanda principale a cui risponde questo documento di cooperazione?

La ripeto:

“se è vero che il clima muta, considerando un aumento delle temperature, cosa accadrà agli ecosistemi?

 

Sempre nella stessa pagina, poco piu sotto, troviamo questa importantissima premessa che ricalca ciò che abbiamo scritto precedentemente. Vediamo:

“I modelli numerici sono ancora il migliore strumento per studiare la variabilità climatica, ma finora i modelli usati per gli scenari climatici non hanno avuto una buona rappresentazione della variabilità, specialmente quella tropicale, e perciò è plausibile credere che questi modelli potrebbero aver riprodotto non correttamente la modulazione/modificazione indotta dai cambiamenti climatici sulla variabilità climatica. Questo è particolarmente rilevante nel caso degli scenari a livello regionale (downscaling time-slicing), perché è la variabilità climatica a queste scale temporali che forma le caratteristiche regionali climatiche. Ragionevolmente si può aspettare che modifiche in queste caratteristiche e teleconnessioni climatiche saranno il fattore più importante nei mutamenti a livello regionale.”

Ecco qua. Si evidenzia la possibilità di un errore..come dire “Ehi ragazzi, ma i calcoli fatti fin’ora sono sbagliati!”

Viene quindi riconosciuto che vi saranno nei prossimi 50 anni dei cambiamenti climatici e successivamente,  per conoscere in maniera particolareggiata quello che potrebbe diventare lo scenario futuro, si rende necessario rielaborare i modelli matematici, in quanto i modelli obsoleti potrebbero “aver riprodotto non correttamente” alcuni aspetti legati ai cambiamenti climatici.

Ovviamente per portare avanti queste tipologie di studio particolarmente complesse, è azione molto comune cercare di creare i presupposti affinchè vi siano piu “cervelli” a lavorare il progetto, e possibilmente da piu esperti nei vari settori. Inoltre queste ricerche hanno dei costi. Ed ecco che, finalmente,  nasce la cooperazione tra stati. “io metto in campo X, tu metti in campo Y”. Bisognerebbe chiedere ai believers del complotto chimico “ma ragazzi..dov’è il problema??” Non è una novità, non è il primo caso in cui gli stati cooperino dal punto di vista scientifico

Alcuni esempi sono il MipAaf (http://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3920)

Cooperazione scientifica tra Italia e Cina

(http://www.ambpechino.esteri.it/Ambasciata_Pechino/Menu/I_rapporti_bilaterali/Cooperazione+scientifica/Accordo_di_cooperazione/)

cooperazione scientifica con interscambio di professori nella comunità europea MAE

http://portale.unipa.it/amministrazione/arearicercasviluppo/home/cooperint/cooperazionescientificamae/index.html

etc.

 Ok, ma perché interessa l’Italia nell’accordo?

Ora veniamo ad una domanda importante: perché l’Italia? Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto capire che al momento della stipula dell’accordo vi era una sensibile diminuzione delle pioggie in europa e questi dati lasciavano presagire l’avanzata di cambiamenti climatici importanti.

Citando testualmente:

“Ad esempio il segnale di riscaldamento è rilevabile anche sulla maggior parte delle aree europee (aumenti di temperatura sino a 0.8 °C in media su questo secolo). Le precipitazioni in questo secolo sono sicuramente aumentate nel settore settentrionale europeo (a partire dalle Alpi sino alle regioni scandinave), con aumenti variabili tra il 10% ed il 50%. Al contrario nella regione che si estende dal Mediterraneo attraverso l’Europa centrale sino alla Russia “europea” le precipitazioni sono calate anche abbastanza considerevolmente (sino al 20%).”

 

…Mediterraneo. L’Italia è un paese Mediterraneo? Certo! E la preferenza per quello che riguarda l’Italia oggetto di questi studi risiede proprio nella nostra caratteristica geologica.. L’Italia è un paese a rischio  per le problematiche connesse ai cambiamenti climatici, e infatti nel documento si fa riferimento specifico alla possibilità che eventi estremi si abbattano sulla nostra penisola. Dissesto Idrogeologico vi dice niente?

Ecco quindi per quale motivo l’Italia si è fatta avanti per appoggiare questo studio e questa cooperazione internazionale scientifica. Al momento della stesura, urgeva capire in maniera dettagliata quali potrebbero essere stati gli sviluppi futuri.

Citiamo nuovamente il documento:

“Una maggior frequenza di precipitazioni più intense avrebbe sicuramente un impatto devastante nel nostro paese, viste le condizioni di dissesto idrogeologico in cui gran parte di esso si trova, come purtroppo è stato reso palese dai recenti episodi alluvionali che hanno colpito sia il Nord che il Sud d’Italia. Solo questo semplice esempio dovrebbe far riflettere sull’urgenza di conoscere adesso quali potrebbero essere gli scenari climatici futuri in modo da avere tempo sufficiente per pensare a possibili rimedi.”

C’è qualcuno che potrebbe dire che questo non è vero? Sarebbe una stupidaggine affermare il contrario, basta guardare la moltitudine di eventi disastrosi che ogni tanto popolano la nostra terra.

Ora..andiamo a concludere questa prima parte di analisi, cercando di essere “possibilisti” verso il grande complotto: se, come dicono i sostenitori delle scie chimiche, questo fosse un accordo per CREARE modifiche climatiche sotto l’egida di governi militari, dovremmo avere tra i partecipanti almeno qualche ente militare, dovrebbe esserci per forza di cose qualche ente di aviazione civile, o industrie di tecnologia avionica…niente di tutto questo! Gli enti preposti per la gestione di questo accordo sono tutti “stranamente” scientifici e di studio, piu qualche ente di gestione economica e di ricerca nell’ambito del risparmio energetico. Nemmeno un’aziendina produttrrice di “tankerini chimici”, niente di niente. Andiamo a vederli brevemente, questi enti, nella tabella che viene riportata all’interno del documento corredata addirittura da nomi e cognomi di chi, all’interno dell’ente prescelto, dovrà seguire l’esito della commessa.

 INGV – istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Columbia University – New York

Fondazione Eni Enrico Mattei

ITCP: International Centre for Theorycal Physics (Centro internazione di Teoria Fisica)

Arpa

Istituto delle Scienze Dell’Atmosfera e del Clima

Istituto di Matematica, Fisica e applicazioni – Università di Napoli

Disafri Unitus: Dipartimento di Scienze dell’Ambiente forestale e delle sue risorse (Univ.Tuscia)

OMS: Organizzazione Mondiali della Sanità

IBIMET – CNR: Istituto di BioMetereologia

IBAF – CNR: Istituto di Biologia Agroambientale e forestale

Solvay Solexis – azienda del gruppo Montedison, operante nel settore del fluoro

CRF – Centro Richerce Fiat

Nuvera Fuel Cells Europe

Ansaldo Fuel Cells

 

Come si può notare, enti nazionali di ricerca, università, gruppi di ricerca meccanica e aziende di ricerca  sulle celle elettriche. Quanti militari eh?