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Moplen, plastica su Titano ? Oibo’ (by Scienzaltro.it)

Una notizia ha percorso nelle ultime ore il mondo scientifico: Plastica su Titano, il grande satellite di Saturno. Agenzie si sono scorticate le mani e ovviamente su Web si sono sprecate le battute della serie “se fate picnic su Titano riportatevi a casa i Tupperware”

 

Simpatico. Cosa è successo realmente? La sonda Cassini, italo americana è bene ricordarlo, ha trovato il propilene sul grande satellite analizzandone la luce riflessa. Era abbastanza ovvio onestamente, o quanto meno probabile che ci fosse, dato che Titano è ricoperto di laghi e fiumi di metano e il propilene ha molto a che fare con il metano.

 

Il punto è che lo stesso propilene NON è una plastica, ma un componente della plastica, il polipropilene che è valsa a Natta il premio Nobel per la chimica 50 anni fa, quando la scienza contava ancora qualcosa per gli italiani.

 

Poca chimica che si faccia a scuola, o l’abbiano fatta i/le giornalisti/e delle agenzie, e anche poco inglese, “plastic ingredient” , che ci dice correttamente un componente della plastica, è stato  promosso a “plastica”, ma c’è una bella differenza fra un mattone e una casa.

 

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Quattro comete prima del sorgere del Sole (by Focus.it)

La guida per vedere ISON e altre tre spettacolari comete.

A chi è dotato di un piccolo telescopio o di un potente binocolo, il cielo del mattino in questi giorni assicura un bello spettacolo. Poche ore prima del sorgere del Sole, infatti, sono visibili ben quattro comete.

Oltre alla ormai famosa ISON, che potrebbe riservarci delle entusiasmanti sorprese alla fine del mese e durante dicembre, sono visibili la 2P/Encke, la C/2012 X1 LINEAR e l’ultima arrivata, la C/2013 R1 Lovejoy. La LINEAR ha sorpreso tutti gli osservatori quando, all’improvviso, ha aumentato la sua luminosità di circa 250 volte nel corso di pochi giorni.

Immagini delle quattro comete visibili prima dell’alba. A partire dall’immagine in alto a sinistra, in senso orario, la cometa C/2013 R1 Lovejoy, 2P/Encke, ISON e C/2012 X1 LINEAR. (Gerald Rhemann, Damian Peach, Gerald Rhemann e Gianluca Masi)

Poiché è insolito avere quattro comete relativamente luminose nello stesso pezzo di cielo, è bene non perdere questa opportunità. Ora che è periodo di Luna nuova, per la prossima decina di giorni le condizioni sono ideali per osservare al meglio questi affascinanti oggetti celesti.

La mappa del cielo con la posizione delle quattro comete.

La più brillante del gruppo, attualmente di magnitudine 8, è la cometa Lovejoy (guarda altre foto), ma prossimamente la sua luminosità aumenterà fino a magnitudine 6 o 5 (ricordiamo che magnitudini basse equivalgono a maggiore visibilità e 5 è il valore per la visibilità ad occhio nudo), mentre attraverserà la costellazione del Cancro in direzione della costellazione dell’Orsa Maggiore, e,  probabilmente, potrà essere visibile ad occhio nudo da metà novembre. Con un piccolo telescopio la cometa potrà essere osservata con facilità, anche se la sua coda, in via di sviluppo, è ancora molto debole.

La cometa Encke compie un’orbita completa attorno al Sole ogni 3,3 anni  A volte è ben posizionata per poter essere osservata, mentre altre volte no. Questa apparizione è una di quelle favorevoli con la cometa ben posizionata ad Est all’alba durante il periodo di massima luminosità. Attualmente la sua magnitudine è compresa tra 7,5 e 8. Come per la Lovejoy, con un binocolo da 50 millimetri si potrà godere di un ottimo spettacolo. Una settimana prima che raggiunga il suo massimo di luminosità (magnitudine 6 o 7), intorno al 21 novembre, data del passaggio al perielio, sarà visibile nella luce dell’alba. Per poterla osservare, verso Est-Sud-Est e da un luogo con l’orizzonte libero, restano ancora una decina di giorni.

 

Se la C/2012 X1 LINEAR avesse seguito l’andamento solito di una cometa che si avvicina al perielio, sarebbe passata praticamente inosservata. Invece , un’improvvisa eruzione di vapori e polveri ha formato una gigantesca sfera di materiale luminescente che ha fatto aumentare repentinamente la sua luminosità dalla magnitudine 13,5 a 7,5. Un balzo di luminosità di circa 250 volte!

Eventi di questo genere sono abbastanza rari, il migliore esempio di un fenomeno del genere si ebbe nel 2007, quando la luminosità della cometa 17P/Holmes aumentò in poco meno di due giorni dalla magnitudine 17 alla 2,8, un incremento di circa mezzo milione di volte.

Come per ogni esplosione di questo genere, la nuvola di gas e polveri attorno alla cometa LINEAR continua ad espandersi. Attualmente il suo diametro angolare è di circa 8 minuti d’arco (1/4 delle dimensioni della Luna piena). La chioma di questa cometa quasi certamente continuerà ad aumentare per poi svanire poi con il tempo. Come la Encke , la LINEAR per poter essere osservata al meglio richiede un orizzonte orientale aperto poco prima dell’alba.

La ISON, a meno che non venga distrutta dall’elevatissimo calore (transiterà dalla superficie del Sole a meno di 1,2 milioni di km) e dalle forze mareali della nostra stella durante il suo passaggio al perielio il 28 novembre prossimo, dovrebbe dare il meglio di sé durante le prime tre settimane di dicembre. La cometa ISON attualmente è la più debole delle quattro, intorno magnitudine 9, ma anche in questo caso potrebbero esserci delle sorprese .

La torcia olimpica ha raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale

La torcia olimpica è giunta sulla Stazione Spaziale Internazionale.

A trasportarla i tre cosmonauti il comandante russo Mikhail Tyurin, l’americano Rick Mastracchio ed il giapponese Koichi Wakata, della Soyuz TMA-11M, decollati alle 5.14 ora italiana dal cosmodromo di Baikonur in Kazhakstan. I tre cosmonauti hanno trovato ad attenderli sulla Stazione i sei colleghi dell’Expedition 37 tra i quali l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Italiana Luca Parmitano. La torcia olimpica che sarà consegnata ai cosmonauti Oleg Kotov e Sergei Ryazansky che il 9 novembre la porteranno fuori dalla ISS, per una passeggiata nello spazio, come tedofori.

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Sarà la prima volta che una torcia olimpica, ovviamente spenta, viaggerà nello spazio aperto. Una volta riportata all’interno verrà presa in consegna dal comandante Fyodor Yurchikhin che insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Luca Parmitano e all’astronauta  NASA Karen Nyberg rientreranno sulla Terra l’11 novembre concludendo così una missione durata 166 giorni.

Giunti a terra la torcia sarà riconsegnata agli organizzatori che la riaccenderanno per portarla, attraverso la Russia, allo stadio di Sochi dove verrà acceso il braciere olimpico.

Spazio, lanciato il razzo per la prima missione indiana su Marte: 1.000 scienziati al lavoro

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E’ stato lanciato con successo il primo razzo indiano diretto a Marte con una capsula spaziale per l’esplorazione del Pianeta Rosso. Il razzo è partito dalla base di Sriharikota, nell’Andhra Pradesh. Il progetto, la prima missione spaziale indiana verso Marte, è stato completato in appena 15 mesi al costo, relativamente basso, di 73 milioni di dollari. Dopo il fallimento nel 2011 della prima missione su Marte della Cina, Nuova Delhi punta a scrivere la storia dell’esplorazione interplanetaria, diventando il primo paese dell’Asia a raggiungere il pianeta, a oltre 200 milioni di chilometri dalla Terra. L’obiettivo dovrebbe essere raggiunto tra poco meno di un anno, nel settembre del 2014. Poiché non è previsto un atterraggio ma un viaggio nell`orbita del pianeta rosso, la navicella Mangalyaan (“navicella per Marte”) è dotata di sensori per tentare di misurare la presenza di metano nell’atmosfera e corroborare l’ipotesi di una forma di vita primitiva. “Qualsiasi missione interplanetaria è complessa. Si tratta di Marte, ci sono state 51 missioni nel mondo, di cui 21 riuscite – ha detto alla France presse il direttore dell’Organizzazione indiana per la ricerca spaziale, K. Radhakrishnan – in caso di fallimento impareremo. Il fallimento è una pietra di passaggio per il successo”. Un successo sarebbe però motivo di grande orgoglio per il Paese che conta 1,2 miliardi di persone, protagonista nel 2008 di una missione che contribuì a svelare la presenza di acqua sulla Luna. Inoltre rafforzerebbe la reputazione industriale e tecnologia di un’India che produce la vettura più economica del mondo e si distingue come leader dell’innovazione tecnologica a basso costo. Lanciata nel 2012, la missione su Marte, infatti, è costata solo 4,5 miliardi di rupie (55 milioni di euro), concepita nel rispetto del “Jugaad”, un principio tipicamente indiano che consiste nel trovare la soluzione più conveniente possibile. Il razzo che deve lanciare Mars Orbiter è infatti troppo poco potente per la missione, quindi gli ingegneri indiani hanno avuto l’idea di farlo ruotare attorno alla Terra per un mese per fargli prendere abbastanza velocità per sfuggire alla gravità terrestre. “Non sottovalutatela perché missione a basso costo lanciata per la prima volta – ha ammonito il giornalista scientifico indiano Pallava Bagla – sì, è presente il principio di Jugaad, c’è innovazione… e tutti vogliono lanciare oggi missioni a basso costo”.

Cometa Ison: ecco come osservarla (By Focus.it)

 

La cometa ISON. Foto: Adam Block/Mount Lemmon SkyCenter/University of Arizona

La cometa ISON, scoperta il 21 settembre 2012 dagli astronomi russi Vitali Nevski e Artyom Novichonok quando si trovava a circa 950 milioni di km di distanza dal Sole, al di là dell’orbita di Giove, doveva essere la “cometa del secolo”, ma probabilmente sarà ricordata come la cometa dell’anno 2013.

Quando fu individuata, infatti, la ISON sembrava dover diventare così luminosa da essere visibile di giorno in occasione del suo passaggio in prossimità del perielio (la minima distanza dal Sole). Visto però l’andamento della sua luminosità negli ultimi mesi, questa previsione probabilmente non si avvererà.

È incoraggiante comunque il fatto che il nucleo della cometa, secondo i risultati di uno studio resi noti recentemente, sta rivolgendo uno dei suoi poli dirotazione al Sole. Ciò significa che uno dei suoi emisferi è sempre rivolto in direzione della nostra stella, mentre l’altro rimane in ombra.

Immagine della cometa ISON ripresa dal telescopio spaziale Hubble lo scorso 9 ottobre quando questa si trovava ad una distanza dalla Terra di circa 284 milioni di km. ( NASA/ESA)

La situazione cambierà rapidamente in prossimità del perielio, quando l’emisfero rimasto buio sarà esposto all’intensissima radiazione solare. A questo punto, i ghiacci che sono stati preservati subiranno un’improvvisa e violenta sublimazione, per cui dovremmo aspettarci un improvviso e intenso aumento di luminosità della cometa, che dovrebbe così rispettare le previsioni iniziali e diventare la cometa del secolo.

Ma esiste anche il forte rischio che il passaggio ad una distanza così prossima al Sole e la conseguente fortissima sublimazione dei ghiacci, unita agli stress mareali indotti dall’intensa azione gravitazionale del Sole, possa causare la disgregazione del nucleo cometario, come avvenuto nel caso di altre comete che si sono avvicinate troppo alla nostra stella.

Tutto dipende dalle dimensioni del nucleo, le cui stime attuali lo danno compreso tra 0,5 e 2 km. Secondo i modelli, il limite al di sotto del quale la distruzione è certa e valutato in circa 200 metri.

Come osservarla
Salvo sorprese, la cometa ISON sarà visibile a occhio nudo un pò prima del sorgere del Sole a partire dalla seconda decade di novembre e subire un rapido incremento di luminosità a partire dal 26, raggiungendo il massimo tra il 28 (giorno del passaggio alla minima distanza dal Sole) e il 29, anche se nella quindicina di giorni a cavallo del passaggio al perielio, a causa della sua estrema vicinanza al Sole, sarà di difficilissima osservazione.

Potremo forse vedere la sua coda se questa raggiungerà lunghezze considerevoli. Dovrebbe quindi rimanere ancora visibile a occhio nudo sin verso la metà di gennaio.

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Impossibile trovare vita su Marte: una scusa o un problema serio? (da Astronomia.com)

Interessante punto di vista di Stefano Simoni (Astronomia.com) in tema di Marte e vita.

Buona lettura

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Un recente articolo scientifico dice testualmente che nel suolo di Marte è stato trovato un composto chimico che interferisce con i test svolti da Curiosity per la ricerca dei mattoni base della vita biologica. In parole povere, un composto che “distrugge” eventuali composti organici, molto complessi, del carbonio.

Marte

Perfino i sali perclorati si coalizzano per vietarci la scoperta della vita sul pianeta rosso. I marziani ne sanno una più del diavolo! Fonte della foto: Michael Rosskothen / Fotolia.

La scoperta è avvenuta intorno a Rocknest, la duna di sabbia  nel cratere Gale. Il maligno composto si chiama perclorato. Esso ha la pessima abitudine di reagire con i composti organici. Vediamo più attentamente quello che succede. Il sistema SAM (Sample Analysis on Mars) analizza il suolo all’interno di uno strumento che contiene uno spettrometro di massa. Il materiale viene “spezzato” nei suoi elementi chimici e si determinano le loro abbondanze. Purtroppo, qualsiasi sale perclorato contenuto nel campione si decompone quando la temperatura sale sopra i 200 gradi e rilascia ossigeno puro. Le molecole organiche esposte all’ossigeno si trasformano in CO2 e la loro struttura originaria viene distrutta. Solo molecole profondamente “incastrate” in materiali molto resistenti al calore possono sopravvivere. Insomma, il sistema di rivelazione, in presenza di sali perclorati, distrugge proprio ciò che vorrebbe rivelare. Una bella sfortuna, anche perché sembra che i sali perclorati siano un po’ dappertutto sul pianeta rosso.

Ora, io mi domando: “Possibile che non fosse stata prevista o rivelata la presenza di questo composto chimico? Non è certo la prima volta che si analizza il suolo marziano”.

I ricercatori concludono dicendo che Curiosity avrebbe un altro sistema (mai usato finora) per cercare le molecole organiche, senza subire l’attacco deleterio del perclorato, ma esso utilizza liquidi ed è molto più complicato. Inoltre, abbisogna di ulteriori test che si spera di poter compiere nel prossimo futuro. “Magari nella prossima missione”, aggiungo io…

Che dirvi, cari amici, tutto ciò mi sembra un poco strano. Non vorrei che fosse una scusa per spiegare come mai non si sia trovato niente finora e, nel contempo, far continuare a sperare nelle future missioni.

Quando ci sono tanti soldi in ballo, tutto è possibile, anche manipolare “lievemente” la scienza. Il riscaldamento globale insegna…

Comunque, spero proprio tanto di sbagliarmi!

Purtroppo, per scaricare il lavoro originario, bisogna avere un permesso speciale che viene dato solo a giornalisti e a istituzioni ufficiali. Pazienza.

Supervulcani su Marte

Credits: Focus.it

Marte, pur avendo un diametro (circa 6.800 km) di poco superiore alla metà di quello della Terra ed una massa  pari a un decimo di quella del nostro pianeta, ha alcuni vulcani che superano in dimensioni ed altezza i maggiori vulcani terrestri. I più massicci vulcani di Marte sono collocati in due regioni:
– la regione di Tharsis, che comprende tre diversi vulcani a scudo: Ascraeus Mons in alto a destra, il Pavonis Mons nel mezzo e l’Arsia Mons nel basso dell’immagine mentre verso il confine nord est della regione primeggia l’enorme mole dell’Olympus Mons. I tre vulcani sono più piccoli dell’Olympus Mons ma si estendono, alla base, da 350 a 450 km di larghezza e raggiungono un’altezza di circa 15 km.
– la regione Elysium, che ha vulcani più piccoli della regione Tharsis, ma con una diversa storia geologica, comprende tre vulcani principali: Hecates Tholus, Elysium Mons ed Albor Mons. L’Hecates Tholus è largo,alla base, da 160 a 175 km ed ha una caldera complessa di dimensioni tra 9,1 e 13,7 km. L’Elysium Mons è il più grande vulcano di questa zona con dimensioni di base di 420×500×700 km e si eleva sino a 13 km sulle pianure che lo circondano. L’Albor Tholus, pure essendo il più piccolo, si estende da 150 a 160 km con una caldera sommitale ampia almeno 35 km.

 

Oxus Patera è un potenziale antico supervulcano di Marte. I bacini irregolari all’interno del cratere indicano stadi multipli del collasso della caldera. Il diametro del cratere è di circa 30 km. (ESA/Mars Express/Freie Universitat Berlin)

desso, i risultati di una recente ricerca effettuata da due ricercatori del Natural History Museum di Londra mostrano che la superficie di Marte sarebbe stata scolpita su scala globale dalla cenere e dalla lava espulse, durante le prime fasi di vita del pianeta, da alcuni vulcani esplosivi giganti, simili a quelli che sulla Terra si trovano al di sotto al Parco Nazionale di Yellowstone, o ai Campi Flegrei in Campania. In particolare, il cratere di uno di questi vulcani è stato individuato nell’area chiamata Arabia Terra, una regione nell’emisfero nord del Pianeta rosso che finora non era ritenuta vulcanica.
Dai dati raccolti si evince che i crateri in quell’area di Marte sono il risultato di una grande e violenta eruzione vulcanica e conseguente collasso dell’edificio vulcanico. Ma non solo, secondo gli autori dello studio i materiali volatili espulsi dai diversi vulcani di questa zona potrebbero aver causato importanti cambiamenti climatici su Marte.

Immagine in falsi colori della regione di Eden patera, che si pensa sia un altro antico super vulcano marziano. Il suo diametro è di circa 70 km e raggiunge una profondita di 1.800 metri. Le parti in colore rosso sono quelle più elevate, mentre quelle color viola e grigio quelle più depresse. (NASA/JPL/GSFC/ASU)

In particolare, i ricercatori hanno studiato Eden Patera, il primo di una lunga serie di crateri irregolari della regione Arabia Terra, dove sono stati individuati grandi depositi di materiali la cui origine non è ancora stata confermata, anche se quella vulcanica è l’ipotesi più accreditata.
Quando si parla di super vulcani o di vulcani giganti si deve pensare che questi possono espellere fino a 1.000 chilometri cubici di materiali durante una sola eruzione, proprio come è avvenuto in passato a Yellowstone, con eruzioni ben diverse da quelle dell’Etna o dal Vesuvio. I crateri nei supervulcani si formano molto spesso a causa del collasso della caldera (il deposito sotterraneo di magma). E’ raro che si verifichi il lento accumularsi della lava sulle pareti esterne del camino che caratterizza le eruzioni “normali”.

Il monte Olympus, che con i suoi circa 600 km di diametro e 27 km di altezza è il più grande vulcano del Sistema Solare, in questa immagine ripresa dalla sonda europea Mars Express è messo a confronto con la superficie della Germania. (ESA/Mars Express/Freie Universitat Berlin)

“La scoperta delle strutture dei super vulcani cambia radicalmente i nostri studi sul vulcanismo di Marte”, ha detto Joseph Michalski, uno degli autori dello studio. “Molti vulcani marziani sono facilmente riconoscibili dalla loro struttura a forma di scudo, simile a quella che si vede alle Hawaii. Sono delle formazioni abbastanza giovani e ci siamo sempre chiesti dove fossero ubicati i vulcani più antichi. E’ possibile che i primi vulcani fossero molto più esplosivi e abbiano formato strutture simili a quelle che vediamo ora in Arabia Terra”, ha aggiunto.
I ricercatori hanno ipotizzato che le prime fasi dell’evoluzione di Marte siano state caratterizzate proprio dalla presenza di molti vulcani giganti, soprattutto se si pensa che all’inizio la superficie di Marte doveva essere molto sottile e ciò avrebbe consentito al magma di salire più rapidamente, prima di rilasciare gas all’interno della crosta. Se altri studi futuri dovessero confermare queste ipotesi, cambierebbero radicalmente le teorie sul clima di Marte, su come si sia formata l’atmosfera e su quanto la superficie potesse essere abitabile.

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