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Chi è Peter Higgs, il vincitore del Nobel per la Fisica 2013

Un ritratto del fisico britannico “padre” dell’omonimo bosone, le cui intuizioni e teorie hanno rivoluzionato la moderna fisica delle particelle e gli sono valse il Nobel per la Fisica 2013.

Il volto di un uomo che conosciamo molto bene per  cognome: Peter Higgs. Photo: REUTERS/David Moir<br> <a href="http://www.focus.it/scienza/nobel-2013.aspx" target="_blank">Vai allo speciale Nobel 2103</a>

Il volto di un uomo che conosciamo molto bene per cognome: Peter Higgs. Photo: REUTERS/David Moir
Vai allo speciale Nobel 2103

Peter Higgs che insieme François Englert ha vinto il premio Nobel per la Fisica 2013 è oggi un pacato signore di 84 anni, docente emerito all’Università di Edimburgo (sua madre era scozzese), da cui è andato in pensione nel 1996. Anche chi non ne conosce il volto, ma mastica un pochino di fisica, non può però ignorarne il nome, associato al fantomaticobosone di Higgs, una delle particelle fondamentali più a lungo cercate dalla fisica moderna.

Le basi teoriche
Higgs suggerì l’esistenza della particella in questione all’inizio degli anni ’60. Per la verità, e lo stesso Higgs non lo ha mai nascosto, alla sua stessa conclusione stavano sopraggiungendo contemporaneamente anche altri due gruppi di ricerca: quello formato da Robert Brout (oggi scomparso) e François Englertdell’Università di Bruxelles (che oggi divide con Higgs il Nobel) e il terzetto Gerald Guralnik, Carl Richard Hagen e Tom Kibble dell’Imperial College di Londra. Inoltre, Higgs aveva in mente il lavoro di un altro fisico, l’americano Philip Warren Anderson (che ha vinto il Nobel nel 1977).

Era stato quest’ultimo a tentare di individuare un complicato fenomeno fisico, proprio della meccanica quantistica, chiamato “rottura spontanea di simmetria” che fa apparire quasi magicamente alcune particelle elementari. E Higgs si è poi accorto che, in opportune condizioni, questo fenomeno generava la massa di tali particelle. Prendendo al cosa da un altro punto di vista, forse più comprensibile, Higgs ha ipotizzato l’esistenza di un campo fisico che permea tutto lo spazio, il campo di Higgs, attraverso l’interazione con il quale le particelle acquisiscono massa. In altre parole, Higgs ha affrontato brillantemente la questione di cosa sia la massa, al di là della definizione banale che si trova nei dizionari, e cioè la quantità di materia che compone un corpo.

Il tassello mancante

Sembra complicato, è in effetti lo è. Non a caso, per dimostrare le ipotesi di Higgs e colleghi, è stata messa in piedi la macchina più complessa mai concepita dall’uomo: l’LHC, il Large Hadron Collider, il mastodontico acceleratore di particelle inaugurato nel 2008 al Cern di Ginevra.

Quattro anni di collisioni tra protoni (guarda come funzionano) hanno evidenziato la “pistola fumante” che mancava per confermare la teoria, cioè il bosone di Higgs, la particella associata all’omonimo campo, il quale di per sé non è rilevabile. O meglio, nel luglio del 2012 è stata annunciata la scoperta di una particella con caratteristiche che si adattano perfettamente a quelle che il bosone di Higgs si è ipotizzato che abbia.

È stata proprio questa incertezza residua, tipica degli esperimenti di fisica delle particelle (ma in generale di tutti gli esperimenti), che probabilmente ha fatto sì che il Nobel per la fisica non finisse già l’anno scorso nelle mani di Higgs e dei suoi colleghi. Ma quest’anno è stato quello buono.

Credits:  Focus.it

Scienza web, c’è una fabbrica delle “bufale” a pagamento (credits: repubblica.it)

Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico di SIMONE COSIMI

Scienza web, c'è una fabbrica delle "bufale" a pagamento

UN autentico Far West fra le riviste accademico-scientifiche online cosiddette open access. I cui contenuti sono cioè disponibili più o meno gratuitamente al pubblico, specializzato o meno. Una situazione in mano al lucro, fatta di tante ombre e pochissime sicurezze, portata alla luce da un’inchiesta basata su uno studio scientifico del tutto privo di fondamento. A firmare sia l’inchiesta che l’operazione sotto copertura, il collaboratore di Science e biologo molecolare John Bohannon. La finta ricerca, dedicata al presunto effetto di alcune molecole estratte dai licheni sulle cellule tumorali, è stata volontariamente costellata di errori elementari. Tanto che qualsiasi recensore “con non più di una conoscenza in chimica da scuola superiore e l’abilità di capire lo sviluppo dei dati” avrebbe dovuto cestinarla in un batter d’occhio. Peccato non sia andata così: negli ultimi otto mesi, fra gennaio e agosto, ben 157 riviste online su 304 hanno accettato di pubblicare la clamorosa bufala scientifica. Spesso senza richiedere alcuna modifica al misterioso autore. La ricerca fittizia architettata dal cronista del magazine è stata infatti respinta da soli 98 comitati scientifici mentre devono ancora rispondere all’appello 49 testate. Di queste, 29 sembrano abbandonate a sé stesse e la restante ventina ha fatto sapere al giornalista di essere ancora in fase di valutazione.

L’inchiesta, pubblicata su Science, non ha lasciato nulla al caso. Bohannon ha realizzato versioni superficialmente diverse dello stesso paper  –  così si chiamano i documenti scientifici che vengono sottoposti all’approvazione delle riviste specializzate  –  pur tenendo fermi i contenuti, le conclusioni e i dati. “Il paper  –  spiega nel suo lungo servizio  –  ha preso questa struttura: la molecola X estratta dalle specie Y di licheni inibisce la crescita delle cellule tumorali Z. Per sostituire queste variabili ho creato un database di molecole, licheni e cellule cancerogene e ho scritto un programma per computer al fine di generare documenti diversi fra loro. A parte queste differenze, il contenuto scientifico di ogni paper è identico”. Il documento contiene in particolare un paio di esperimenti segnati da stravaganti inesattezze: uno è pieno di errori, l’altro, in teoria dedicato ad approfondire come l’uso di quelle molecole renda più sensibili le cellule alla radioterapia, perfino privo di conclusioni. Fra l’altro, Bohannon ha curato nel dettaglio ogni aspetto dell’operazione, visto che ha inoltrato le centinaia di proposte di pubblicazione, al ritmo di una decina a settimana, sotto falsa identità. Ha ideato infatti un ricercatore africano di fantasia, battezzato  Ocorrafoo M. L. Cobange, in forze all’altrettanto fantomatico Wassee Institute of Medicine. Come se non bastasse ha curato anche l’aspetto linguistico, dando al documento  –  grazie a una serie di risciacqui su Google Translate  –  un tono grammaticalmente corretto ma che desse l’idea di un autore non madrelingua inglese. Insomma: c’erano tutti i segnali per sbugiardarlo a una prima e perfino parziale lettura della sua proposta.

Quanto ai destinatari, sono finite nel mirino riviste formalmente dedicate alle scienze farmaceutiche o alla biologia, alla medicina generale e alla chimica. Nomi come European Journal of Chemistry o Journal of International Medical Research. Testate all’apparenza affidabili e spesso legate, a scorrere la catena di controllo, a titanici gruppi industriali come Elsevier,  il più grande editore mondiale in ambito medico, Sage o Wolters Kluwer. E invece spesso contraddistinte da board scientifici piuttosto oscuri, sedi misteriose e magari localizzate nei Paesi del Terzo mondo. Un terzo addirittura in India, che sembra il vero motore di questo genere di business della bufala, o almeno dell’imprecisione. Uffici e persone con cui è difficile entrare in contatto. Se non, questo il dato che accomuna il settore, nel caso del pagamento della tassa di pubblicazione. Quando una ricerca viene ritenuta affidabile e ne viene dunque deliberata la pubblicazione, il ricercatore è infatti tenuto a pagare un obolo che, nel caso di Bohannon, oscilla fra i 150 e i 3100 dollari. D’altronde è il modello finanziario sul quale si regge la Babele della scienza open access: “Dalle umili e idealistiche origini, circa un decennio fa, le riviste scientifiche open access si sono trasformate in un’industria globale, sorretta dalle tasse di pubblicazione richieste agli autori piuttosto che dai tradizionali abbonamenti  –  ha scritto Bohannon  –  molte di queste sono torbide. L’identità e la residenza dei direttori e dei revisori, così come i finanziamenti dei loro editori, sono spesso appositamente oscurati”. In sostanza, mentre le riviste scientifiche tradizionali si affidano a salati e spesso inaccessibili abbonamenti, quelle a libera consultazione vivono di questo scivoloso meccanismo. Che conduce a una facile equazione: più pubblicazioni uguale più guadagni.

“Se fossero finite nel mirino le classiche riviste in abbonamento  –  ha detto David Ross, biologo dell’università della Pennsylvania che più di un anno fa ha dato a Bohannon lo spunto per l’indagine  –  credo fortemente che si sarebbero ottenuti gli stessi risultati. Ma senz’altro l’open access ha moltiplicato questa sottoclasse di riviste e il numero delle ricerche che pubblicano. Tutti pensiamo che la consultazione libera sia un’ottima cosa, la questione è come arrivarci davvero”. Risultati sconfortanti, dunque, dal test: per il 60 per cento dei paper sottoposti al giudizio delle varie riviste non sembra esserci stata infatti alcuna revisione collettiva. In caso di rigetto la notizia può essere magari letta positivamente, ma nei tanti via libera collezionati

–  la regola, non l’eccezione  –  significa davvero che nessuno ha neanche letto lo sconclusionato documento. Anche quando qualche modifica è stata richiesta, ha raccontato il biologo, si è trattato spesso di spicciole questioni di formattazione, modifiche testuali, allungamento dell’abstract o di fornire qualche immagine in più. Appena 36 comitati hanno mosso obiezioni sulla sostanza scientifica della ricerca firmata dal professor Ocorrafoo Cobange.

 

fonte http://www.repubblica.it/scienze/2013/10/05/news/bufale_scienza_riviste-67891756/#gallery-slider=67906342

Sole, Raggi Cosmici, Nuvolosità, Temperatura: Probabili Correlazioni?

Fonte dell’Articolo: LINK – basato su un commento scritto dall’utente di lineameteo.it – Marvel

 

 

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In attesa dell’esito dell’esperimento del CERN, il CLOUD (Cosmics Leaving OUtdoor Droplets), sulla rivista scientifica Atmospheric Chemistry and Physics arrivano le prime serie conferme di quella che viene vista come la Teoria climatica più importante del nuovo secolo, capace di controbilanciare sensibilmente quella dell’AGW, che invece vede l’uomo come principale responsabile del Riscaldamento Globale dell’ultimo secolo e mezzo.
Ebbene, sintetizzando in poche parole l’abstract dell’articolo, sembra che la correlazione che lega la fluttuazione del Campo Magnetico Solare, e quindi dell’intensità dei Raggi Cosmici che raggiungono il nostro pianeta, e variazione della copertura nuvolosa, sia stata trovata e che sia strettissima. Come è strettissima la correlazione tra le temperature superficiali oceaniche e la copertura nuvolosa alle medie latitudini!

Come sapete il Campo Magnetico Solare è in grado di respingere i raggi cosmici che dall’esterno del Sistema Solare tendono a fluire verso di esso, e quindi verso il nostro pianeta.

I raggi cosmici sarebbero un fattore importante per la nucleazione delle microgoccioline di condensazione che vanno a formare le nubi (ed in particolare quelle della media e bassa troposfera)… il CLOUD sta cercando di riprodurre in laboratorio questo meccanismo.

Le nubi della bassa e media atmosfera, a differenza del vapore acqueo e delle nubi sottili di alta quota, sarebbero un elemento molto importante nel meccanismo di termoregolazione del nostro pianeta tramite l’effetto albedo che esse possono opporre ai “raggi solari” in ingresso nella nostra atmosfera.

Attualmente l’intensità del campo magnetico solare è crollata come non mai, ma fino a pochi anni fa la sua intensità era talmente alta da essere considerata la più alta degli ultimi 1000 anni.
Il fenomeno spiegherebbe pure:

– il perché, nonostante la generale costanza dell’intensità solare (irraggiamento solare), nella storia della Terra, anche relativamente recente, si siano alternati periodi caldi e freddi difficilmente spiegabili altrimenti;

– spiegherebbe perché nello scorso secolo siano aumentate anche le Temperture di molti altri pianeti del nostro sistema solare dotati di atmosfera e di nubi (di acqua e non solo);

– ma soprattutto potrebbe spiegare gran parte del riscaldamento globale terrestre dell’ultimo secolo e l’attuale fase pressoché stazionaria.

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Simplified diagram of the Solar-GCR to Earth clouds relationship. Image: Jo Nova

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Fig. 1. (A) Short term GCR change (significance indicated by markers) and (B) anomalous cloud cover changes (significance indicated by solid contours) occurring over the composite period. GCR data sourced from multiple neutron monitors, variations normalised against changes experienced over a Schwabe cycle. Cloud changes are a tropospheric (30–1000 mb) average from the ISCCP D1 IR cloud values.

Curiosity – Nasa Annuncia: Sconvolgente scoperta su Marte

Aggiornamenti sul forum: LINK

News: Aggiornamento a Fondo Articolo

Poche ore fa, da alcune indiscrezioni Nasa, è trapelata la notizia secondo la quale il rover Curiosity avrebbe riportato dei risultati inaspettati dall’analisi chimica del terreno. Al momento vi è ovviamente uno stretto riserbo a riguardo, ma secondo indiscrezioni l’analisi di SAM avrebbe mostrato risultati che sono stati definititi come “sconvolgenti” dallo stesso Grotzinger, il quale ha affermato che “Questa scoperta entrerà nei libri di storia”. Al momento comunque pare che i dati debbano essere riconfermati da nuove analisi, onde evitare (come già accaduto in passato) che il team di Grotzinger incorra in provvedimenti disciplinari. Infatti il team non è nuovo a flop mediatici.
E’ stato inoltre annunciato che la rivelazione di questa scoperta verrà data nel corso del meeting “American Geophysical Union” (San Francisco . 03-07/12/2012)
La scoperta è stata possibile grazie a SAM (Sample Analisys at Mars) , l’efficace strumento a bordo di Curiosity in grado di compiere accurate analisi di terreno e rivelare la presenza di composti organici, sviluppato da Goddard Space Flight Center (NASA) e Laboratoire Inter-Universitarie de Systèmes Atmosfphériques (USA).

 

SAM

SAM (Sample Analisys at Mars) è un massiccio strumento scientifico che occupa metà del payload scientifico del rover. E’ composto da un gascromatografo, uno spettrometro di massa e uno spettrometro laser, tutti strumenti che si trovano abitualmente in un laboratorio di biologia e che infatti analizzeranno automaticamente i campioni di suolo marziano che il rover estrarrà dal terreno alla ricerca di elementi e molecole tipicamente associate alla presenza di organismi viventi (idealmente simili a quelli terrestri). SAM è in grado di “fiutare” infatti varie molecole dove sono presenti carbonio (ad es. il metano), idrogeno, ossigeno e azoto.

Che dire..speriamo di non trovarci nuovamente di fronte a notizie in stile “Asteroide contro la terra.” 😀

Stay Tuned

Aggiornamento

Riportiamo un interessante articolo di approfondimento a cura di Focus.it:

Come sempre più spesso nell’era dell’informazione digitale e dei social network, da ieri corre voce che il rover Curiosity abbia scoperto qualcosa di molto importante su Marte.
L’informazione arriva da un’intervista della radio pubblica americana npr a John Grotzinger, che è il leader della missione, e Focus l’ha verificata con una fonte (che ha chiesto di rimanere anonima) direttamente alla Nasa e al JPL di Pasadena che gestisce il rover marziano.
Grotzinger ha anticipato che Curiosity ha trovato «roba che finirà sui libri di storia», ma che è troppo presto per dare l’annuncio ufficiale prima delle verifiche necessarie in questi frangenti (come diceva Carl Sagan, affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie).
[Lo show della scienza fa bene alla ricerca?]

Trovato il carbonio?
L’ipotesi più plausibile, ma che sottolineamo è soltanto una speculazione, è che gli strumenti di Curiosity incaricati di cercare le tracce di attività biologica, avrebbero trovato la prova della presenza di carbonio. O meglio di composti che contengono carbonio. Dunque una prova che su Marte cin sono i mattoni fondamentali degli organismi viventi.
Com’è noto, le molecole che contengono carbonio sono potenziali indicatori della presenza di forme di vita. E questo ha acceso l’interesse di tutta la comunità scientifica. «Se deve finire sui libri di storia, mi aspetto che si tratti di materiale organico», ha dichiarato Peter Smith del Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona.
[I video aggiornamenti della missione di CuriosityIl tramonto marziano]

Scoperta storica
Se Curiosity avesse trovato composti organici semplici non sarebbe una scoperta così eccezionale: potrebbero provenire da meteoriti e asteroidi. Tuttavia indicherebbero che i mattoni della vita sono presenti su Marte e che “basterebbe l’aggiunta di acqua (che un tempo era presente sul Pianeta), per produrre organismi”.
«Se invece avesse trovato prove della presenza di composti organici complessi, allora sarebbe una scoperta clamorosa» ha spiegato il ricercatore. Che cosa potrebbero essere? Resti di forme di vita più o meno complesse presenti su Marte quando sul pianeta rosso scorreva ancora l’acqua?
[Lo speciale su Curiosity e le sue scoperte]

False aspettative
In attesa delle conferme (in una conferenza stampa mercoledì o durante il meeting annuale dell’American Geophysical Union che si terrà a San Francisco dal 3 al 7 dicembre) non resta che augurarsi che la NASA non abbia esagerato nel creare aspettative, come – purtroppo – è avvenuto altre volte in passato.

Link: http://www.focus.it/scienza/spazio/curiosity-ha-trovato-qualcosa_C12.aspx

Metropoli cosmica antichissima fornisce prove sulle origini dell’universo.

L”ammasso di galassie si trova a circa 10,5 miliardi di anni luce e ci fornisce importanti informazioni sulle condizioni fisiche e sulle origini dell’universo.

E’ stata una scoperta fatta per caso e nata dal frutto delle analisi di dati e di osservazioni fatte da un gruppo di astronomi americani. E’cosa risaputa che gli ammassi, che possono essere definiti come  “centri urbani” dello spazio cosmico contengono migliaia di galassie.
Questi ammassi sono fondamentali per lo studio dell’evoluzione dell’universo esse ci permettono di studiare le varie fasi dell’evoluzione e formazione delle galassie ma nel contempo ci permettono anche di capire e di trovare indizi su come era l’universo alle sue origini.

L’ammasso di cui si parlaè situato a circa 10,5 miliardi parsec(anni luce) esso è composto da 30 galassie concentrate densamente e queste formano una gigantesca “metropoli cosmica: “Stiamo osservando l’ammasso di galassie quando l’Universo aveva una età di circa tre miliardi di anni”, spiega Lee Spitler un astrofisico della Swinburne University of Technology in Australia e autore del progetto di ricerca FourStar Galaxy Evolution Survey (Z-FOURGE).

 

Afferma ancora Lee Spitler: “Questo significa che l’ammasso è ancora giovane e che continuerà a crescere per formare una struttura ancora più grande e costituito da molte galassie”.

In poche parole si stanno facendo i primi passi per arrivare ad una miglior comprensione su come si formano questi “aglomerati urbani”partendo dal presupposto di un Universo dominato dalla materia oscura questo ci permette indirettamente di avere preziose informazioni sulla formazione ed evoluzione delle prime strutture su larga scala.

Qui l’articolo scientifico pubblicato su arxiv: http://arxiv.org/pdf/1112.2691v2.pdf