Archivio mensile:agosto 2013

Cos’è il Documento di Cooperazione Italia-USA su Scienza e Tecnologia dei Cambiamenti Climatici – Parte III: L’Introduzione del Documento

Parte I:  Prefazione

Parte II: La Confusione comincia dal titolo

Parte III

Parte III: L’Introduzione del Documento

Se volessimo addentrarci nella competenza specifica dei paesi che hanno accettato questo studio, si potrebbe stilare un piccolo indice sommario. Il clima fa parte dell’ecosistema in cui tutti noi viviamo, e nell’ecosistema va inserito anche il contesto economico. Per questo a livello personale ritengo che chi per primo riesce a intuire quali saranno i risvolti futuri, avrà in mano una carta economica di sicuro interesse da giocare per stabilire nuove relazioni commerciali. Immaginiamo di sapere per primi quali siano i rischi potenziali di un dato avvenimento, avremmo in mano una chiave per prevenirli una volta che avremo studiato la strategia per farlo. E da li avremmo in mano la carta della produzione di un dispositivo che utilizzato su larga scala potrebbe darci un vantaggio economico non indifferente. Questa è tecnica aziendale di primo livello, niente di che.

Prima di produrre però un sistema di prevenzione, bisogna capire e interpretare i dati. Chi fornisce i dati nella meteorologia? “Semplicemente” dati storici, modelli di calcolo e rappresentazioni informatiche simulative . Vi mettereste in affari non conoscendo come si muove il mercato? Non penso proprio..idem per questo concetto meteorologico: ci si può sforzare di produrre apparecchiature, senza sapere se i dati di riferimento e di partenza siano corretti? No. Ecco l’origine della cooperazione.

Infatti, nel caso del nostro documento, viene indicata questa linea guida: si ristabiliscono i modelli in maniera corretta,  si prendono i dati, li si verificano, si fa una stima dello scenario futuro, si valuta l’impatto economico, si cerca di valutare l’impatto sulle politiche mondiali dopodichè si cerca di produrre una tecnologia che limiti l’inquinamento come ad esempio nuove batterie per mobilità elettrica etc.etc.

Ovviamente per rispondere alla domanda “Cosa accadrebbe agli ecosistemi se vi fossero mutazioni climatiche?” ci sono piu vie. Una è quella fuffara e cioè: ci si sveglia una mattina, si guarda il cielo, ci si iscrive quindi su un forum fuffa e con dovizia di particolari si scrive tutta una serie di elucubrazioni senza senso o motivate dal sentore del giorno (ad esempio, oggi c’è il sole moriremo tutti, oggi piove moriremo tutti) ed è quella che piu si sposa con il redditizio sensazionalismo in cui l’”inconscio” utente avvalora questo documento di collaborazione sventolandolo come dimostrazione ineccepibile del trovarsi di fronte a qualcosa di inaudito e di grosso.

L’altra, fortunatamente piu seria, prevede lo studio dei modelli climatici. Il punto è che al momento della stipula dell’accordo, i modelli matematici di proiezione nel tempo erano incompleti e imprecisi. Quindi si rendeva necessario ricostruire una buona parte dei modelli climatici di relazione, portarli prima su larga scala, poi regionalizzarli. Questo andava fatto studiando tanti aspetti, dalla valutazione matematica, alla composizione dell’atmosfera, fino alla valutazione sul campo di sperimentazioni aprendo le strade a quella che viene scientificamente chiamata geoingegneria. Vedremo questo aspetto poi piu avanti, nell’analisi dei workpackage. Lasciamo i believers del grande complotto chimico in questo stato di angosciosa attesa…geoingegneria..che vorrà mai dire..LOL.

Leggendo l’introduzione, coglieremo l’occasione per prelevare alcuni estratti chiave.

Innanzitutto il documento nasce nel corso del Convegno bilaterale sulla ricerca congiunta sui cambiamenti climatici, tenutosi a Roma il 22-23 Gennaio 2002. Una delle frasi di interesse per il nostro lavoro di lettura del documento è la seguente, che trovate a pagina 3

“I due Paesi hanno identificato più di 20 progetti di ricerca nel campo dei cambiamenti climatici pronti ad un avvio a breve e medio termine nelle aree delle simulazioni globali e regionali.”

 

Aree delle simulazioni? Certo…il misunderstanding farebbe pensare a “aree PER oppure DESTINATE ALLE  simulazioni”. Ma non è di area geografica che si sta parlando, bensi aree di ricerca. Infatti si parla specificatamente di progetti di ricerca e di simulazioni.  Dove si trova l’evidenza? Nel proseguo del paragrafo:

 “I progetti di ricerca immediatamente pronti all’implementazione miglioreranno la nostra capacità di capire, sorvegliare e prevedere le variazioni climatiche e i loro impatti.”

Regalo una pizza a chi legge la parola “modificare”. Voi la trovate?

Vi ricordate la domanda principale a cui risponde questo documento di cooperazione?

La ripeto:

“se è vero che il clima muta, considerando un aumento delle temperature, cosa accadrà agli ecosistemi?

 

Sempre nella stessa pagina, poco piu sotto, troviamo questa importantissima premessa che ricalca ciò che abbiamo scritto precedentemente. Vediamo:

“I modelli numerici sono ancora il migliore strumento per studiare la variabilità climatica, ma finora i modelli usati per gli scenari climatici non hanno avuto una buona rappresentazione della variabilità, specialmente quella tropicale, e perciò è plausibile credere che questi modelli potrebbero aver riprodotto non correttamente la modulazione/modificazione indotta dai cambiamenti climatici sulla variabilità climatica. Questo è particolarmente rilevante nel caso degli scenari a livello regionale (downscaling time-slicing), perché è la variabilità climatica a queste scale temporali che forma le caratteristiche regionali climatiche. Ragionevolmente si può aspettare che modifiche in queste caratteristiche e teleconnessioni climatiche saranno il fattore più importante nei mutamenti a livello regionale.”

Ecco qua. Si evidenzia la possibilità di un errore..come dire “Ehi ragazzi, ma i calcoli fatti fin’ora sono sbagliati!”

Viene quindi riconosciuto che vi saranno nei prossimi 50 anni dei cambiamenti climatici e successivamente,  per conoscere in maniera particolareggiata quello che potrebbe diventare lo scenario futuro, si rende necessario rielaborare i modelli matematici, in quanto i modelli obsoleti potrebbero “aver riprodotto non correttamente” alcuni aspetti legati ai cambiamenti climatici.

Ovviamente per portare avanti queste tipologie di studio particolarmente complesse, è azione molto comune cercare di creare i presupposti affinchè vi siano piu “cervelli” a lavorare il progetto, e possibilmente da piu esperti nei vari settori. Inoltre queste ricerche hanno dei costi. Ed ecco che, finalmente,  nasce la cooperazione tra stati. “io metto in campo X, tu metti in campo Y”. Bisognerebbe chiedere ai believers del complotto chimico “ma ragazzi..dov’è il problema??” Non è una novità, non è il primo caso in cui gli stati cooperino dal punto di vista scientifico

Alcuni esempi sono il MipAaf (http://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3920)

Cooperazione scientifica tra Italia e Cina

(http://www.ambpechino.esteri.it/Ambasciata_Pechino/Menu/I_rapporti_bilaterali/Cooperazione+scientifica/Accordo_di_cooperazione/)

cooperazione scientifica con interscambio di professori nella comunità europea MAE

http://portale.unipa.it/amministrazione/arearicercasviluppo/home/cooperint/cooperazionescientificamae/index.html

etc.

 Ok, ma perché interessa l’Italia nell’accordo?

Ora veniamo ad una domanda importante: perché l’Italia? Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto capire che al momento della stipula dell’accordo vi era una sensibile diminuzione delle pioggie in europa e questi dati lasciavano presagire l’avanzata di cambiamenti climatici importanti.

Citando testualmente:

“Ad esempio il segnale di riscaldamento è rilevabile anche sulla maggior parte delle aree europee (aumenti di temperatura sino a 0.8 °C in media su questo secolo). Le precipitazioni in questo secolo sono sicuramente aumentate nel settore settentrionale europeo (a partire dalle Alpi sino alle regioni scandinave), con aumenti variabili tra il 10% ed il 50%. Al contrario nella regione che si estende dal Mediterraneo attraverso l’Europa centrale sino alla Russia “europea” le precipitazioni sono calate anche abbastanza considerevolmente (sino al 20%).”

 

…Mediterraneo. L’Italia è un paese Mediterraneo? Certo! E la preferenza per quello che riguarda l’Italia oggetto di questi studi risiede proprio nella nostra caratteristica geologica.. L’Italia è un paese a rischio  per le problematiche connesse ai cambiamenti climatici, e infatti nel documento si fa riferimento specifico alla possibilità che eventi estremi si abbattano sulla nostra penisola. Dissesto Idrogeologico vi dice niente?

Ecco quindi per quale motivo l’Italia si è fatta avanti per appoggiare questo studio e questa cooperazione internazionale scientifica. Al momento della stesura, urgeva capire in maniera dettagliata quali potrebbero essere stati gli sviluppi futuri.

Citiamo nuovamente il documento:

“Una maggior frequenza di precipitazioni più intense avrebbe sicuramente un impatto devastante nel nostro paese, viste le condizioni di dissesto idrogeologico in cui gran parte di esso si trova, come purtroppo è stato reso palese dai recenti episodi alluvionali che hanno colpito sia il Nord che il Sud d’Italia. Solo questo semplice esempio dovrebbe far riflettere sull’urgenza di conoscere adesso quali potrebbero essere gli scenari climatici futuri in modo da avere tempo sufficiente per pensare a possibili rimedi.”

C’è qualcuno che potrebbe dire che questo non è vero? Sarebbe una stupidaggine affermare il contrario, basta guardare la moltitudine di eventi disastrosi che ogni tanto popolano la nostra terra.

Ora..andiamo a concludere questa prima parte di analisi, cercando di essere “possibilisti” verso il grande complotto: se, come dicono i sostenitori delle scie chimiche, questo fosse un accordo per CREARE modifiche climatiche sotto l’egida di governi militari, dovremmo avere tra i partecipanti almeno qualche ente militare, dovrebbe esserci per forza di cose qualche ente di aviazione civile, o industrie di tecnologia avionica…niente di tutto questo! Gli enti preposti per la gestione di questo accordo sono tutti “stranamente” scientifici e di studio, piu qualche ente di gestione economica e di ricerca nell’ambito del risparmio energetico. Nemmeno un’aziendina produttrrice di “tankerini chimici”, niente di niente. Andiamo a vederli brevemente, questi enti, nella tabella che viene riportata all’interno del documento corredata addirittura da nomi e cognomi di chi, all’interno dell’ente prescelto, dovrà seguire l’esito della commessa.

 INGV – istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Columbia University – New York

Fondazione Eni Enrico Mattei

ITCP: International Centre for Theorycal Physics (Centro internazione di Teoria Fisica)

Arpa

Istituto delle Scienze Dell’Atmosfera e del Clima

Istituto di Matematica, Fisica e applicazioni – Università di Napoli

Disafri Unitus: Dipartimento di Scienze dell’Ambiente forestale e delle sue risorse (Univ.Tuscia)

OMS: Organizzazione Mondiali della Sanità

IBIMET – CNR: Istituto di BioMetereologia

IBAF – CNR: Istituto di Biologia Agroambientale e forestale

Solvay Solexis – azienda del gruppo Montedison, operante nel settore del fluoro

CRF – Centro Richerce Fiat

Nuvera Fuel Cells Europe

Ansaldo Fuel Cells

 

Come si può notare, enti nazionali di ricerca, università, gruppi di ricerca meccanica e aziende di ricerca  sulle celle elettriche. Quanti militari eh?